Con Obama la Nato è tentata di aprire un corridoio iraniano
“Fate come volete”. Il generale americano John Craddock, il comandante più alto in grado della Nato, dice che l’Alleanza non si opporrebbe ad accordi stretti dai suoi stati membri con l’Iran per permettere il transito dei propri rifornimenti ai contingenti impegnati in Afghanistan. Guarda il sito ufficiale della Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco (6-8 febbraio 2009)

Il benestare di Craddock, anche se si tratta di ricorrere all’aiuto dell’Iran, il nemico che fino a oggi la Nato si sforzava di isolare e non di coinvolgere nella propria strategia, arriva pochi giorni dopo la dichiarazione del segretario generale dell’organizzazione, Jaap de Hoop Scheffer, che ha chiesto agli Stati Uniti e agli altri membri del Patto atlantico di impegnare l’Iran nella guerra contro i talebani in Afghanistan. Dall’Iran non è per ora arrivata una risposta diretta. Ma l’agenzia di stato Fars ieri ha riferito dell’incontro tra il capo del Consiglio del discernimento iraniano, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, e il nuovo ambasciatore del Pakistan a Teheran, Mohammad Bakhsh Abbasi. Rafsanjani ha tenuto a sottolineare un punto: combattere gli estremisti in Afghanistan è una priorità vitale (l’Iran ha una storia ambigua con i talebani, fatta di scontri ma anche di inerzie complici), e le forze straniere impegnate laggiù non possono farlo senza la partnership con l’Iran e il Pakistan. Nella lingua di velluto del notabile iraniano, sottolineare il bisogno di partnership equivale a offrirla con discrezione. Ma è ancora da vedere a quali condizioni.
Due giorni fa la principale rotta di rifornimento della Nato verso l’Afghanistan è stata tagliata. I talebani hanno fatto saltare un ponte sul passo Khyber, l’ultimo tratto della lunga linea che parte dal porto di Karachi, nel sud del Pakistan, e porta ai soldati oltreconfine il 75 per cento di tutte le provviste e il 40 per cento del loro carburante. Sotto la guida di Hakeemullah Mehsud, luogotenente del capo dei guerriglieri pachistani Baitullah Mehsud, i talebani hanno capito che possono massimizzare il danno contro la Nato e minimizzare i rischi intercettando i convogli di rifornimenti, il punto debole della presenza occidentale in Afghanistan – circa trecento camion presi a nolo ogni giorno, guidati da autisti civili. E’ la sesta volta che il valico è chiuso da settembre. Le autorità pachistane garantiscono di poter riaprire il passaggio entro oggi, ma al Pentagono e a Bruxelles la situazione è chiara: la rotta non è più sicura. Per questo il 21 gennaio, il giorno dopo il giuramento di Barack Obama, il generale-diplomatico David Petraeus – decisivo nella guerra americana in Iraq – si è presentato all’incontro con il nuovo presidente portando una serie di accordi bilaterali per l’apertura del cosiddetto Corridoio nord, una rotta alternativa per gli approvvigionamenti che arriva in Afghanistan passando dal Caucaso sotto influenza russa e non più da sud, dal Pakistan instabile.
Il giorno dopo le dichiarazioni del generale Petraeus a Obama, “Abbiamo il Corridoio nord”, il viceministro degli Esteri di Mosca, Alexsei Matov, lo ha smentito. “Alla missione permanente russa presso la Nato non è stato sottoposto nessun documento ufficiale che certifica che la Russia ha autorizzato gli Stati Uniti o la Nato a trasportare rifornimenti militari sul suo territorio”. Petraeus è stato smentito anche dall’ambasciatore russo alla Nato, Dmitry Rogozin, ex star della politica nazionale: “Non ne sappiamo nulla”. Poi Mosca ha diffuso un rapporto della propria intelligence sui rifornimenti della Nato attraverso il Pakistan: la situazione è pessima, almeno metà delle provviste sono rubacchiate lungo il tragitto alla luce del giorno e il bazar di Peshawar sta fiorendo con il business delle merci saccheggiate. Il messaggio del Cremlino è esplicito: “Ora avete bisogno di noi, lasciateci dettare le condizioni”.
Le condizioni sono queste. La Russia non vuole che l’influenza americana nel Centro Asia, con il pretesto del Corridoio nord e della guerra al terrorismo, si trasformi da necessità provvisoria a status permanente. E, per darne subito prova, due giorni fa il presidente Dmitri Medvedev in conferenza stampa ha ascoltato il presidente kirghiso Bakiyev annunciare lo sfratto degli americani dalla base strategica di Manas, in cambio di aiuti economici per due miliardi di dollari (Petraeus aveva detto che proprio da Manas sarebbero passati i 30 mila soldati americani in più diretti in Afghanistan).
La seconda condizione: la Russia vuole ottenere l’influenza sull’Afghanistan che non è riuscita a conquistare con la guerra negli anni Ottanta, quando ancora era Urss. Proprio mentre l’Amministrazione Obama sta ritirando la fiducia al presidente afghano Hamid Karzai (punta su un quartetto di capi locali per scalzarlo e ieri lui ha replicato: “Le relazioni con l’America non erano mai scese fino a questo livello”), Medvedev gli spedisce una lettera con un’offerta di aiuto militare. Karzai ha accettato, di fatto rompendo un accordo segreto con Washington che proibisce questo tipo di patti bellici senza l’assenso preventivo degli americani. Mosca ha fatto seguire in pubblico una dichiarazione di principio eloquente, in cui si dichiara “pronta a fornire ampia cooperazione e assistenza nel settore della difesa per questo paese indipendente e democratico”. Il 23 gennaio diplomatici russi e afghani si sono incontrati a Mosca per entrare nei dettagli. La Russia vuole che l’Afghanistan entri a far parte della Shanghai Cooperation Organization, il patto di cooperazione anche militare che lega i paesi del Centro asia (Cina, Tagikistan, Kazachstan, Kirghizistan, Uzbekistan e Russia). La Sco si riunirà negli ultimi giorni di marzo e ad agosto, ha l’Afghanistan in cima alle sue priorità, e India e Iran hanno già fatto sapere di essere molto interessate a partecipare (se l’India e l’Afghanistan entrassero a far parte di uno stesso patto di cooperazione il risentimento del Pakistan, già pericoloso, aumenterebbe ancora ). Anche per questo l’Amministrazione Obama si è messa precipitosamente in cerca di nuovi leader per Kabul.
Secondo un rapporto segreto anticipato da The Politico, quotidiano on line di Washington, i militari più alti in grado stanno per raccomandare al presidente Obama di abbassare le sue ambizioni sulla cosiddetta questione “Af-pak” (gli americani ormai considerano Afghanistan e Pakistan lo stesso problema). La raccomandazione dei generali fa parte della tanto annunciata revisione del piano contro i talebani e avverte: aspettare l’insediamento di una democrazia compiuta e senza più la minaccia della guerriglia a Kabul e anche la ripartenza di un’economia pulita, non da narcostato, potrebbe richiedere anni, per una guerra che prevedibilmente durerà più di quella che impegnò i sovietici negli stessi luoghi. Lo stesso segretario alla Difesa di Bush e poi di Obama, Bob Gates, in audizione sei giorni fa al Congresso ha detto: “Se ci poniamo l’obiettivo di creare un Valhalla centroasiatico laggiù, perderemo, perché nessuno al mondo possiede il tempo, i soldi e la pazienza necessari”.
Entro domenica il presidente americano autorizzerà l’invio in Afghanistan di due altre brigate, circa dodicimila uomini, che arriveranno sul campo alla fine di aprile. In campagna elettorale, Obama aveva promesso un impegno rinnovato su fronte Af-pak, definito “centrale” nella lotta al terrorismo. Ma ora sta entrando in rotta di collisione con i suoi generali, che sono consapevoli dei pericoli di un impegno a tempo indeterminato, senza un orizzonte predefinito e senza obiettivi realistici in un paese dove “la guerriglia contro gli stranieri è da sempre lo sport nazionale”. Sono gli stessi generali che criticano l’imposizione del presidente sull’Iraq, “Via entro sedici mesi”, troppo poco realistica e che non tiene conto della realtà sul terreno, a favore del “cut and run” promesso agli elettori. Un testimone di un incontro alla Casa Bianca riferisce del disappunto di Petraeus: “Credeva di avere ancora a che fare con George W. Bush, che sulla questione aveva concesso ampie deleghe ai comandanti sul campo”.
Entro domenica il presidente americano autorizzerà l’invio in Afghanistan di due altre brigate, circa dodicimila uomini, che arriveranno sul campo alla fine di aprile. In campagna elettorale, Obama aveva promesso un impegno rinnovato su fronte Af-pak, definito “centrale” nella lotta al terrorismo. Ma ora sta entrando in rotta di collisione con i suoi generali, che sono consapevoli dei pericoli di un impegno a tempo indeterminato, senza un orizzonte predefinito e senza obiettivi realistici in un paese dove “la guerriglia contro gli stranieri è da sempre lo sport nazionale”. Sono gli stessi generali che criticano l’imposizione del presidente sull’Iraq, “Via entro sedici mesi”, troppo poco realistica e che non tiene conto della realtà sul terreno, a favore del “cut and run” promesso agli elettori. Un testimone di un incontro alla Casa Bianca riferisce del disappunto di Petraeus: “Credeva di avere ancora a che fare con George W. Bush, che sulla questione aveva concesso ampie deleghe ai comandanti sul campo”.
La missione Isaf in Afghanistan è ormai diventata una cattiva barzelletta, per la sproporzione tra il robusto impegno americano e quello di facciata degli alleati. Isaf come “I saw Americans fighting”, ho guardato gli americani combattere, o “I suntan at Fob’s”, prendo la tintarella nelle basi. Domani però comincia la Conferenza sulla sicurezza di Monaco – durerà fino a domenica – che ha il rilancio della cooperazione sull’Afghanistan tra i primi punti in agenda. Sarà presente il vicepresidente Joe Biden – è la prima volta che l’America manda un membro dell’Amministrazione così importante – che dovrebbe esplicitare per la prima volta le scelte in politica estera della nuova Casa Bianca. Accanto a lui ci saranno anche Petraeus e l’inviato speciale per l’Af-pak, Richard Hoolbrooke, che da Monaco proseguirà per la sua prima visita a Islamabad e a Kabul. Ci sarà il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, e il consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, M. K. Narayanan, il presidente francese Nicolas Sarkozy, il cancelliere Angela Merkel e il presidente afghano Karzai. Ma lo spirito di Monaco – per alcuni osservatori – promette ancora una volta di essere non risolutivo e rinunciatario, come nel settembre 1938. L’opposto dell’ex vicepresidente Cheney, che in un’intervista ieri ha ribadito: “La sicurezza nazionale è affare sporco e duro. Non si può porgere l’altra guancia”.
Guarda il sito ufficiale della Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco (6-8 febbraio 2009)